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Intervista al cardinale canonista Velasio De Paolis, relatore al Convegno Vaticano sui 30 anni dalla revisione promulgazione. “Il nuovo codice di diritto canonico è l’ultimo documento del Concilio”. Giacomo Galeazzi*
Giurista, membro del consiglio dei cardinali del tribunale della Segnatura Apostolica (la Cassazione della Santa Sede) e del Pontificio Consiglio dei Testi legislativi (il ministero della Giustizia vaticana), il porporato in materie legislative e giudiziarie è uno dei più stretti collaboratori di Ratzinger, che lo ha nominato commissario straordinario dei Legionari di Cristo. Portano la sua firma alcuni dei saggi più autorevoli sul codice. E da scalabriniano ed ex decano della Pontificia Università Urbaniana, l’Ateneo della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, ne evidenzia soprattutto i risvolti “missionari”.

 

“Catechismo e codice sono i frutti del Vaticano II e non a caso vi hanno lavorato due professori destinati a salire al Soglio di Pietro e allo scranno di primo collaboratore del Pontefice: Joseph Ratzinger e Tarcisio Bertone”, afferma il cardinale canonista Velasio De Paolis. “è stato promulgato trent’anni fa, ma il codice di diritto canonico è in pratica l’ultimo documento del Concilio”, spiega il cardinale. Il 25 gennaio il cardinale De Paolis è stato tra i relatori a Roma della giornata di studio promossa dal Pontificio consiglio per i testi legislativi e dall’Istituto internazionale di diritto canonico e diritto comparato delle religioni di Lugano.

Il nuovo codice ha più luci o ombre?

“Sono serviti 24 anni per completare il codice. Ha accompagnato la riflessione conciliare ed è di fatto l’ultimo documento del Vaticano II. Il codice si ispira al Concilio e attua le novità che i padri conciliari volevano apportare alle norme ecclesiastiche. E’ indubbio che sul testo si riflettono i fasti del Vaticano II ma anche le errate interpretazioni che sono state attribuite all’assise e che l’hanno fatta deviare dall’ispirazione originaria.I codici non sono mai neutri. Annunciare Cristo non è imposizione né proselitismo ma proposta di libertà”.

Cosa ricorda della data della promulgazione?

“In particolare la presentazione che ne fece Giovanni Paolo II alla Curia romana. Usò l’immagine ideale del triangolo. Disse che al vertice c’è la parola di di Dio che poi va vissuta nella vita a due livelli: quello della dottrina (i documenti conciliari e il catechismo) e quello della prassi, del diritto (e cioè il codice). Poi precisò che i due livelli sono collegati perché la cattiva interpretazione inficia la prassi. I fatti succesivi gli hanno dato pienamente ragione. Anche per questo il codice si rivela quale uno strumento importante per evitare procedure relativistiche e un’interpretazione meramente soggettiva delle norme canoniche”.

Quale aspetto è stato sottovalutato a suo parere?

“La natura missionaria della Chiesa nel Codice di Diritto Canonico.  Non sempre è stata adeguatamente evidenziata l’importanza del Nuovo Codice per avere raccolto le istanze di missionarietà emerse dal Vaticano II. Il Concilio ha sottolineato due aspetti della dimensione missionaria: la dimensione generale, costitutiva, che la Chiesa deve annunciare il Vangelo, e una dimensione specifica, che la Chiesa deve annunciare il Vangelo a coloro che non l’hanno ancora mai sentito. Il Concilio ha sottolineato sia l’una che l’altra dimensione, ma c’è stato un periodo di un certo oscuramento, affievolimento, quasi che la dimensione generale renda vana la dimensione specifica di annunciare il Vangelo cosiddetto “ad gentes”, cioè ai non credenti. Il Codice che viene dopo il Concilio, e che è appunto l’ultimo documento del Concilio, invece, ha sottolineato ancora la validità di questi due aspetti.

A trent’anni anni dal Codice come si pone la Chiesa rispetto alla missione “ad gentes”?

"Questa dimensione è stata un po’ oscurata, come sotto tanti altri aspetti, per di più, in nome del Concilio; in realtà, come accennavamo, il Concilio, proprio nel decreto “ad gentes” sottolinea la necessità e l’importanza dell’annuncio a coloro che non l’hanno ricevuto. Però, questo annuncio, presuppone delle verità fondamentali della nostra fede, che alle volte sono dimenticate e che sono state richiamate dal Magistero: che Gesù è l’unico Salvatore del mondo, è l’unico mediatore della salvezza, che la Chiesa è la comunità voluta dal Signore a cui è affidato il compito della salvezza ed ha affidato ad essa anche i mezzi di questa salvezza, cioè l’annuncio della Parola, la realtà salvifica dei sacramenti e il ministero anche del servizio apostolico. Ora, bisogna recuperare precisamente questi presupposti, che sono il fondamento della nostra fede cristiana".


I cardinali Velasio De Paolis e Tarcisio Bertone, Segretario di Stato

Come risponde all’accusa di “proselitismo”?

“I missionari vengono accusati di fare del proselitismo in Paesi e in contesti religiosi che non accettano il proselitismo. La parola proselitismo oggi viene intesa in modo peggiorativo, ma in realtà il proselitismo è una dimensione che appartiene a tutti ed è il principio della libertà, che tutti hanno, di poter comunicare agli altri i valori nei quali credono. Anzi, se uno crede che questi valori, di fatto, sono interessati a tutti gli uomini e che tutti gli uomini possono trovare il senso della loro vita in questi valori, come è per il cristiano, è un dovere che abbiamo di annunciare; annunciare non è dominare ma è esprimere la propria gratitudine a Dio e, nello stesso tempo, la gioia di farlo conoscere anche ad altri. è un proporre, non è imporre. Il codice non poteva profetizzare il terzo millennio della globalizzazione: ma offre categorie interpretative utili per affrontare il futuro.”


Il cardinale Velasio De Paolis ha predicato un recente ritiro spirituale in Terra Santa,
organizzato da Liana Marabini con un piccolo gruppo di fedeli di Roma e Monaco.
Nella foto: commento dei Vangeli sulle rive del Giordano.

* Intervista pubblicata per gentile concessione di “Vatican Insider” (La Stampa).